Società
Il piccolo camoscio che non ce l'ha fatta
21/01/2026
Rimanevano tutti affascinati, solo poco tempo fa, nel vedere piccoli branchi di camosci riunirsi a pascolare nei prati a lato della statale del Brennero, da Le Cave, comune di Fortezza, a Mules. Non si lasciavano turbare dal rumore delle auto né se qualcuna di queste si fermasse, per afre una foto.
Purtroppo, tra poco, sarà ben difficile rivedere scene come quelle, visto che i branchi sono sotto aggressione della rogna del camoscio, detta anche rogna sarcoptica: è una grave malattia parassitaria ca che scava gallerie nella pelle provocando prurito intenso, perdita di pelo, lesioni cutanee e debilitazione, portando spesso a mortalità elevata, fino al 95 per cento.
Dopo aver colpito altre zone, come la provincia di Belluno, è arrivata sino a noi, costringendo gli addetti ad una serie di abbattimenti imprevista.
Due esempi, per stare nella cronaca: nei giorni scorsi, una telefonata ha allarmato le Guardie forestali: un camoscio, osservato al binocolo da un giovane cacciatore di Fortezza, si comportava in modo anomalo e si trovava fuori dal suo naturale contesto: pare barcollasse sulla strada romana, appena dotata del nuovo ponte di accesso, vagando come se avesse perso il senso dell’orientamento. Ad un’osservazione più precisa è stato riscontrato essere vittima della rogna, che lo aveva ormai attaccato in diverse parti del corpo. L’abbattimento ha fatto cadere l’animale nel fiume e la corrente se l’è portato via.
Non miglior sorte è toccata a un piccolo, un capretto, trovato accovacciato nei pressi di un muraglione di contenimento frane, in località Prà di Sopra. Il piccolo “eterlou” (già, si chiamano tecnicamente così in maschietti), è stato individuato da una signora a spasso col cane, stupita dal fatto che il picccolo non si muovesse e non tentasse la fuga alla loro vista. Di fatti il piccolo, dopo aver sollevato la testa, l’ha riabbassata chiudendo gli occhi. Forse si aspettava fosse la madre venuta in suo soccorso. L’immobilità del piccolo ha allarmato la signora che ha allertato un cacciatore di sua conoscenza che a sua volta ha chiamato il guardacaccia. È bastato uno sguardo dei due esperti per emettere la sentenza. Il piccolo era allo stremo, forse la mamma era già morta, in alto, sulle rocce che sovrastano la valletta che s’incunea tra le montagne, quella mamma che probabilmente gli aveva trasmesso la malattia allattandolo. Sandro e Franco, i due esperti intervenuti, hanno stimato potesse avere circa otto mesi di vita. La soluzione? Eutanasia. Ci ha pensato Franco, il guardacaccia. L’acaro della rogna che vive e si riproduce sotto la pelle, scavando tunnel e rilasciando sostanze tossiche gli aveva attaccato pesantemente la zona della pancia, penetrando, forse, in profondità. Così il capretto era giunto alla fine. Dopo aver terminato l’operazione, il guarda caccia, con lo sguardo rassegnato di chi, la natura la osserva quotidianamente, e con le dure realtà della vita selvatica ci convive, ha affermato: “E’ un problema, altri tre solo stamattina…”
La rogna dei camosci (che pare non attacchi altri ungulati) si diffonde sul territorio con una velocità di circa 7-9 chilometri all’anno. Almeno così dicono gli esperti. In altre zone in cui è comparsa l’epidemia sono stati realizzati abbattimenti degli animali infetti, con l’intento di contenere il contagio. Questi abbattimenti non hanno però, sembra almeno, dato i risultati sperati. Studi condotti in diverse aree hanno dimostrato che non esistono differenze di densità minima di camosci, al culmine dell’epidemia, tra aree in cui si uccidevano i capi infetti per “rallentare il contagio” e zone in cui non si facevano abbattimenti.
Non essendo possibile stabilire, dall’esame esterno di un animale, se questo sarà in grado di sopravvivere alla malattia, con l’abbattimento si rischia di eliminare i pochi soggetti eventualmente resistenti: quelli che avranno il compito di ricostituire la popolazione dopo l’epidemia.
Nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi ad esempio, si è deciso che non si abbatteranno animali malati, anche nel caso in cui la diffusione della malattia dovesse aumentare nei prossimi anni.
Saranno eventualmente possibili solo abbattimenti eutanasici di animali gravemente malati e vicini ai centri abitati. E comunque, i casi da noi citati fanno parte proprio di questa categoria.
dm